Verso il Distretto dell'Economia Solidale

Abbiamo un solo pianeta

“Abbiamo un solo Pianeta. La sua capacità di sostenere un’immensa diversità di specie, fra cui quella umana, è grande, ma essenzialmente limitata. Quando la domanda antropica supera la disponibilità di risorse – quando si oltrepassano, cioè, i limiti ecologici – si compromette la salute dei sistemi viventi della Terra. Alla fine, questa perdita arriva a minacciare lo stesso benessere umano.[1]

La domanda dell’umanità sulle risorse viventi del Pianeta, la sua Impronta ecologica, ora supera la capacità rigenerativa del Pianeta di circa il 30%.”[2]

Insomma “i consumi dell’umanità hanno superato la capacità di rigenerazione della Terra: invece che vitelli abbiamo cominciato ad abbattere mucche, invece che raccolti agricoli abbiamo consumato i semi”[3]

L’elenco di questa performance è tragico:

·          negli oceani è rimasto solo il 10% dei grandi pesci esistenti nel 2003[4]

·          nel corso del ‘900 abbiamo consumato più del 40% delle superfici coperte da foreste

·          la crisi del petrolio è ormai conclamata: su 90 paesi produttori, ben 62 sono entrati nella fase discendente della sua estrazione[5]

·          il mercurio è stato estratto per il 95%, piombo oro e argento per oltre l’80%, arsenico cadmio e zinco per circa il 70%, stagno litio e selenio attorno al 60%[6]

·          mentre qualcuno vuole il ritorno del nucleare per risolvere la penuria di energia elettrica, i geologi ci informano che avremo uranio ancora per una cinquantina di anni, all’attuale ritmo di consumo

·          neanche il cibo gode di buona salute, solo se prendiamo in considerazione l’andamento dei prezzi: nel marzo del 2008 alla borsa di Chicago il prezzo dei cereali era maggiore di quello di un anno prima del 130%. Speculazione ? forse, ma legata anche a fatti oggettivi:

-          alcuni paesi del Sud del Mondo (Cina, India), grazie al loro sviluppo economico, hanno adottato stili di vita occidentali e così il consumo di carne è aumentato, sottraendo una nuova fetta di cereali all’alimentazione umana per trasferirla a quella animale (per produrre 1 caloria animale servono da 4 a 10 calorie vegetali)

-          la diminuzione di produzione di petrolio sta spingendo a sviluppare la produzione di carburanti “ecologici”, derivati, cioè, da canna da zucchero, barbabietole, ma anche mais e soia e, perciò, “rinnovabili”

·          ma la risorsa che desta maggiore preoccupazione è l’acqua:

-          essa scarseggia ovunque perché l’abbiamo usata in maniera sconsiderata e perché abbiamo contaminato le risorse idriche con i nostri veleni

-          è parte integrante di tutti i processi produttivi, non solo quelli agricoli ma anche quelli industriali

Le falde si abbassano, i laghi si prosciugano, molti fiumi non riescono a raggiungere il mare

·          l’anidride carbonica che produciamo quotidianamente, dai tubi di scappamento delle nostre auto, dalle ciminiere delle fabbriche e delle centrali elettriche, dalle caldaie per il riscaldamento domestico, supera la capacità di smaltimento del pianeta di 15 milioni di tonnellate all’anno[7], e gli effetti di questo squilibrio incominciano a vedersi drammaticamente

·          e poi produciamo un altro rifiuto ben visibile: spazzatura. In Italia ognuno di noi ne produce 550 kg all’anno. E non sapendo dove metterla, ci stanno imponendo, come soluzione, i “termovalorizzatori”: producono insieme ad altra CO2  pericolosissime nanoparticelle che raggiungono direttamente il sangue attraverso l’aria che respiriamo, provocando alterazioni e tumori

 

Il tutto mentre metà della popolazione mondiale non ha ancora conosciuto il gusto della dignità umana. Crisi sociale e crisi ambientale strette in un abbraccio mortale.

La coscienza di ogni persona civile si ribella ad un mondo dove il 20% più ricco  gode dell’86% della ricchezza prodotta, mentre il 40% più povero deve accontentarsi del 3%.

Esaurimento di risorse ed accumulo di rifiuti sono chiari segnali di un sistema che sta divorando se stesso.

 

Povertà e disagio sociale

Ma questa società è anche un po’ cannibale, perché non solo sta distruggendo risorse naturali ed ambiente, sta anche divorando un numero sempre maggiore di donne uomini e bambini a causa della diffusione sempre più ampia della povertà.

La povertà è oggi un aspetto di un problema più ampio, quello dell’esclusione sociale. le vecchie povertà, quelle basate sulla mancanza di reddito, sulla precarietà e l’indigenza, non sono scomparse anche se indubbiamente non si presentano più come fenomeni di massa. Resta il fatto che la povertà è cambiata nel senso che oggi il rischio di cadere in povertà non è più un qualcosa che proviene dall’esterno, dalle epidemie, dalle carestie, dalle calamità naturali o da un destino iscritto sin dalla nascita nella vita delle persone. Oggi, è un rischio autoprodotto, che viene dalla società stessa, dal funzionamento del sistema economico, dal funzionamento delle istituzioni, dalla loro capacità o incapacità di impedire che gli individui vengano a trovarsi privi di una rete di protezione.

In realtà, le cose stanno così, se vogliamo, dalla rivoluzione industriale in poi. Con la differenza che oggi, nella società globale, questi rischi non solo si sono moltiplicati, sono diventati anche più insidiosi e meno prevedibili nella vita delle persone. Con la disgregazione della società salariale, siamo entrati nella società della "vulnerabilità di massa"; una società, nella quale è sempre più elevata la possibilità di precipitare in situazioni di disagio, di sperimentare, nel corso della propria esistenza, momenti di difficoltà dal punto di vista economico, sociali, ambientale, di salute o semplicemente relazionale. Negli ultimi vent’anni, la società si  è fortemente polarizzata: secondo l’ultimo Rapporto delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano nel 1960, il rapporto fra le risorse di cui disponeva il quinto più ricco e quelle che spettavano al quinto più povero della popolazione era di 30:1. Oggi il divario fra gli estremi è passato a 86:1. E ciò non vale soltanto con riferimento ai paesi del sottosviluppo rispetto ai paesi dell’abbondanza e del benessere. Vale anche all’interno di questi ultimi, nei quali le disuguaglianze di reddito sono spaventosamente aumentate nel corso degli ultimi anni.[8]

 

Democrazia partecipata e cittadinanza attiva

 

 

Obiettivo benvivere

Al punto in cui siamo la decrescita, l’austerità, la sobrietà, o come vogliamo chiamarla è una strada obbligata per salvare questo pianeta e questa umanità. Ma nel regno della crescita, la riduzione è una bestemmia, un incubo che apre il sipario su scenari tenebrosi dei tempi in cui si moriva per tetano, in cui ci si ammazzava di fatica per fare il bucato, in cui ci si illuminava con la candela, in cui si moriva di freddo. Ma la sobrietà non va confusa con la miseria, così come consumismo non è sinonimo di benessere.[9]

 

Non è vero che “di più” fa sempre rima con “meglio” o che crescita si associa sempre a sviluppo.

Abbiamo tollerato fin troppo ,l’insulto, ora dobbiamo ribellarci, gridare in faccia ai mercanti che non siamo ammassi di carne da stimolare elettricamente come le rane. Dobbiamo riaffermare la nostra dignità di persone, esseri a più dimensioni. Non solo corpo, ma anche sfera affettiva, intellettuale, spirituale, sociale. Si ha vero benessere solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica. Non una che prevale sull’altra, ma tute soddisfatte nella giusta misura. Ad ogni dimensione il suo tempo, il suo spazio, la sua corretta qualità.

Ma siamo nati, cresciuti ed invecchiati nella logica consumistica e liberarcene non è semplice. Occorre fare piazza pulita di tutto, ricominciare da capo a partire dal linguaggio.

Benessere è una bella parola. Fa riferimento all’essere che implicitamente comprende tutte le dimensioni. Sotto l’influsso mercantilista l’attenzione si è concentrata sull’agiatezza ed oggi il termine benessere è diventato sinonimo di  benavere. Dopo secoli di uso improprio, è impensabile farle recuperare il suo significato originario, per evitare equivoci è meglio sostituirla con un’altra parola. I popoli indigeni dell’America Latina ne hanno una che è tanto più bella perché prende a riferimento non l’individuo ma la vita: benvivere, che il popolo boliviano ha addirittura inserito nella propria costituzione. Evo Morales, presidente della Bolivia, ha precisato che benvivir  non è vivere bene ma piuttosto saper convivere sostenendosi a vicenda. La visione solidaristica contrapposta a quella individualistica; la visione del dono contrapposta a quella del mercato; la visione del valore sociale contrapposta a quella del denaro privato.

Ed ecco la nostra domanda di fondo: è possibile ridurre il nostro consumo di petrolio, minerali, aria senza compromettere il benvivere ?

Ci sono ambiti in cui la qualità della vita non dipende dalla disponibilità delle risorse, ma dalle forme organizzative. Per benvivere in città serve verde, centri storici chiusi al traffico, piste ciclabili, trasporti pubblici adeguati, piccoli negozi diffusi, punti di aggregazione. Per benabitare  servono piccoli condomini con spazi e servizi comuni che favoriscono l’incontro. Per benlavorare servono piccole attività diffuse sul territorio per evitare il pendolarismo e favorire la partecipazione. Per benrelazionarsi servono tempi di lavoro ridotti, momenti senza televisione, tranquillità economica, per favorire il dialogo e la distensione familiare. Tutto ciò non richiede barili di petrolio, ma scelte politiche.

 

Come uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati ?

L’Economia Solidale (avviato il 19 ottobre 2002 a Verona nel corso di un seminario sulle "Strategie di rete per l'economia solidale" nell’ambito del convegno annuale dei GAS) costituisce una risposta concreta alle diverse problematiche poste dal sistema economico neoliberista. In questo senso essa non va considerata come un settore dell'economia, ma come un diverso approccio alla teoria ed alla pratica economica vigenti.

Per Economia Solidale si intende un modello economico e culturale centrato sulle persone, le loro relazioni, la qualità della vita e l'ambiente.

Mentre nel sud del mondo l’Economia Solidale riguarda iniziative spesso legate all’autosostentamento ed alla occupazione, nel nord del mondo invece l’Economia Solidale è maggiormente rivolta alla solidarietà, alla sostenibilità sociale ed ambientale, allo sviluppo locale ed all’innalzamento della qualità della vita.

In Italia l’Economia Solidale comprende iniziative come consumo critico, gruppi di acquisto solidali, commercio equo e solidale, finanza etica, turismo responsabile, agricoltura biologica, cooperative sociali, cooperative di produzione, etc.

I diversi movimenti presenti in Italia ed afferenti l’Economia Solidale hanno realizzato negli ultimi decenni sperimentazioni di un diverso modello economico e sociale, riempiendo anche così il vuoto lasciato dalla crisi della politica. Essi, facendo cultura e fornendo nuove spinte ideali, hanno creato un terreno fertile per la loro stessa crescita e per l’avvio di forme di collaborazione basate sul concetto-modello della rete su cui si sta ricostruendo un movimento sociale di opposizione al sistema neoliberista.

Inoltre in Italia il processo di costruzione delle reti dell’economia solidale si è intrecciata con la riflessione sulla democrazia partecipativa, sul Nuovo Municipio e sull’autosostenibilità locale dando vita alla sperimentazione dei Distretti locali di Economia Solidale.

 

Identità, obiettivi e ruolo del DES

Il DES (Distretto di Economia Solidale) è un luogo fisico e politico, culturale ed economico che mira a costituire una rete locale di soggetti interessati a praticare ed a diffondere l'economia solidale e il consumo critico nei suoi diversi aspetti.

Vi possono partecipare soggetti economici e non economici, gruppi informali od organizzati di cittadini/consumatori/utenti, associazioni, aziende, istituzioni pubbliche e altri soggetti che si riconoscono nei principi dell'economia solidale e condividono gli obiettivi, i criteri e le modalità di lavoro stabiliti dal DES.

 

Gli obiettivi del DES e quindi dei vari soggetti che fanno parte dei distretti sono:

·          diffondere in modo sinergico la cultura dell’economia solidale

·          operare per la salvaguardia dei beni pubblici essenziali (acqua, rifiuti, salute, scuola, trasporti, energia) e per la partecipazione dei cittadini al governo del territorio

·          utilizzare prioritariamente beni e servizi forniti da altri membri del distretto stesso

·          studiare strumenti comuni di gestione (logistica, scambio di informazioni, beni e servizi, etc)

·          sostenere e/o creare nel Distretto cooperative di servizi o produzione

·          stimolare la nascita di nuove iniziative di economia solidale non ancora presenti sul territorio (mag 2, bilanci di giustizia, banca del tempo, etc.) 

 

La “strategia della lumaca”, ovvero i mercatini rionali, l’informazione liberata, la convivialità ritrovata

I cambiamenti di sistema esigono processi lunghi perché siamo nati, cresciuti ed invecchiati nella logica consumistica e liberarcene non è semplice. Ed allora l’idea è provare a partire da pratiche quotidiane necessarie a ciascuno di noi ma che siano capaci di  incrinare la certezza sulla giustezza dell’attuale sistema economico: costruire un luogo fisico dove le dimensioni umane (fisica, affettiva, intellettuale, spirituale e sociale) abbiano la possibilità di reincontrarsi in sé e con gli altri in modo da costruire un luogo simbolico che possa diventare appuntamento cercato perché piacevole ed interessante.

 

Il dettaglio del progetto



[1] WWF, Living planet 2008

[2] WWF, Living planet 2008

[3] Francesco Gesualdi, L’altra via, Terre di Mezzo 2009

[4] Secondo una ricerca pubblicate nel 2003 su Nature

[5] Financial Times, Running on empty ?, 20.5.2008 e Il manifesto, Se il petrolio va a picco, 25.5.2008

[6] Non solo petrolio, intervista a Marco Pagani, Altreconomia dicembre 2008

[7] UNDP, Fighting climate change, 2007. il dato di emissione della CO2  si riferisce alla media 2000-2005

[8] Giovanni B.Sgritta, Disagio sociale e povertà, /www.caritasroma.it/pubblicazioni/romacaritas/2/Disagio.htm

[9] Francesco Gesualdi, L’altra via, Terre di Mezzo 2009

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